Mentre l’Italia si svuota, i tribunali fanno attendere chi può ancora essere dichiarato italiano

Un recente provvedimento del Tribunale di Brescia rende concreta una contraddizione che merita attenzione. Il 28 agosto 2026, la Settima Sezione Civile, competente in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea, ha disposto il rinvio all’8 luglio 2027 delle udienze relative a 51 procedimenti, molti dei quali iscritti già nel 2024. Nella motivazione, il giudice richiama espressamente il Decreto Legge n. 100 del 2026, relativo anche all’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo, oltre alla composizione del proprio ruolo e alle esigenze organizzative prioritarie dell’Ufficio.
Il provvedimento non afferma che le controversie in materia di cittadinanza siano meno importanti rispetto a quelle relative alla protezione internazionale e non consente neppure di concludere che tutti i 51 procedimenti indicati siano ricorsi iure sanguinis. Questo deve essere precisato. Tuttavia, quando una simile riorganizzazione incide anche sui procedimenti di cittadinanza, l’effetto è evidente. Chi attendeva già una decisione è costretto ad attendere ancora più a lungo perché la stessa struttura giudiziaria deve assorbire nuove esigenze derivanti dalla disciplina europea in materia di migrazione e asilo.
La nuova urgenza ricade anche su chi attendeva già
L’Italia deve rispettare gli obblighi derivanti dal diritto dell’Unione europea. I procedimenti che riguardano protezione internazionale, trattenimento e libertà personale presentano evidenti ragioni giuridiche che giustificano una trattazione rapida. Il problema non è garantire celerità a queste materie, ma consentire che una nuova urgenza venga assorbita da strutture già sovraccariche senza una capacità sufficiente a evitare ulteriori ritardi nei procedimenti precedenti.
È proprio questo a rendere significativo il caso di Brescia. Il Tribunale richiama la nuova normativa in materia migratoria e le esigenze organizzative prioritarie dell’Ufficio e, come conseguenza, rinvia decine di udienze a luglio 2027. Quando tra i procedimenti interessati vi sono cause di cittadinanza, soprattutto quelle proposte prima della riforma del 2025 e ancora sottoposte alla disciplina precedente, la conseguenza diventa particolarmente difficile da accettare.
Questi ricorrenti si sono già rivolti allo Stato italiano. Non attendono una nuova politica sulla cittadinanza, ma che il giudice esamini i documenti, verifichi la trasmissione della cittadinanza e, quando ricorrono i presupposti di legge, li dichiari formalmente italiani secondo la normativa applicabile ai loro casi.
L’Italia fa attendere proprio una popolazione di cui potrebbe avere bisogno
Questa situazione sarebbe problematica in qualsiasi momento storico. Diventa ancora più contraddittoria alla luce dei dati demografici diffusi dallo stesso Stato italiano.
Le proiezioni dell’ISTAT indicano che la popolazione potrebbe scendere dagli attuali 58,9 milioni di abitanti a circa 55 milioni nel 2050 e a soli 45,8 milioni nel 2080. L’Italia potrebbe quindi perdere oltre 13 milioni di residenti, secondo una tendenza che lo stesso Istituto considera praticamente certa.
Nemmeno il saldo migratorio positivo previsto dovrebbe essere sufficiente a compensare interamente le perdite derivanti dalla differenza tra nascite e morti. L’Italia ha quindi bisogno di popolazione, lavoratori, famiglie, professionisti, contribuenti e imprenditori.
Questo argomento viene spesso utilizzato per spiegare la necessità di nuovi flussi migratori. È una discussione legittima. Proprio per questo, però, è difficile comprendere perché lo Stato non dimostri la stessa urgenza nei confronti di coloro che possiedono già un legame storico e familiare con l’Italia e che possono ancora essere formalmente dichiarati cittadini.
Una possibilità di ritorno che esiste già
I discendenti degli italiani che oggi attendono una decisione giudiziaria vivono lontano perché i loro antenati dovettero lasciare il Paese. Guerre, povertà, mancanza di lavoro e assenza di prospettive hanno disperso milioni di famiglie italiane nel mondo. L’oceano e le generazioni hanno creato distanza, ma non hanno necessariamente cancellato il legame con l’Italia.
Molti di questi discendenti hanno conservato cognomi, tradizioni familiari, riferimenti regionali, abitudini e una certa identificazione culturale con il Paese. Questo non significa che tutti desiderino vivere in Italia o che tutti mantengano lo stesso rapporto con la cultura italiana. Significa però che esiste una popolazione la cui integrazione, in molti casi, partirebbe da una realtà diversa rispetto a quella di chi arriva senza alcun precedente legame storico o familiare con il territorio italiano.
Una parte di queste persone, una volta formalmente dichiarata italiana, potrebbe scegliere di vivere in Italia. Potrebbe lavorare, aprire imprese, investire, recuperare immobili, crescere i propri figli e contribuire proprio a quei Comuni e territori che oggi perdono abitanti. Potrebbe partecipare alla risposta a quella stessa crisi demografica che il Paese cerca di compensare anche attraverso nuovi flussi migratori.
Non si tratta di sostenere che i discendenti possano sostituire l’immigrazione. Sarebbe una semplificazione. Si tratta di riconoscere che l’Italia possiede anche questa possibilità e sembra non considerarla con la necessaria serietà.
Un’opportunità già ridotta nel 2025
La riforma del 2025 ha già ridotto in maniera significativa la possibilità di riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis per nuove situazioni. In questo modo, l’Italia ha indebolito uno dei principali ponti giuridici esistenti con la propria diaspora.
Esistono però ancora procedimenti introdotti sotto la disciplina precedente. Quando rientrano nel regime transitorio e quando sono presenti i requisiti previsti dalla legge, questi ricorsi possono ancora condurre alla dichiarazione formale della cittadinanza italiana.
Queste persone non dovrebbero essere viste soltanto come parte dell’arretrato giudiziario. In un Paese che perde popolazione, rappresentano anche una possibilità concreta di ritorno.
Lo Stato potrebbe decidere questi procedimenti con maggiore efficienza e successivamente creare politiche rivolte a coloro che intendono trasformare la cittadinanza in una presenza effettiva sul territorio. Potrebbe incentivare l’insediamento nei Comuni colpiti dallo spopolamento, agevolare attività professionali e imprenditoriali e avvicinare queste famiglie alle regioni dalle quali partirono i loro antenati.
Brescia rende visibile una scelta di priorità
Il provvedimento di Brescia non deve essere utilizzato per accusare il giudice né per attribuire responsabilità ai richiedenti asilo. La questione è istituzionale.
Nel documento compare la nuova normativa relativa alla politica europea in materia di migrazione e asilo. Compaiono le esigenze organizzative prioritarie del Tribunale. Compaiono procedimenti che erano già pendenti. E compare una nuova data per le udienze, l’8 luglio 2027.
L’Italia deve adempiere ai propri obblighi europei. Ma dovrebbe farlo senza rendere secondaria la posizione di persone che attendono da anni una decisione sulla propria cittadinanza.
Se esiste un’urgenza nel gestire nuovi flussi migratori, dovrebbe esistere anche un’urgenza nel non perdere coloro che possono ancora essere dichiarati italiani e che, eventualmente, potrebbero tornare, risiedere, lavorare e costruire il proprio futuro nel Paese.
La contraddizione è difficile da ignorare. L’Italia riceve previsioni che descrivono un futuro con milioni di abitanti in meno, cerca nuove persone per sostenere la propria economia e i propri territori e, contemporaneamente, ritarda la definizione di procedimenti promossi da discendenti che si sono già rivolti ai suoi tribunali per essere formalmente dichiarati italiani.
Alcuni non verranno mai a vivere qui. Altri potrebbero farlo.
Un Paese che si sta svuotando dovrebbe, quanto meno, avere interesse a capire quanti di loro desiderano ancora tornare.
Che giustizia sia fatta.
Altri Approfondimenti
Il primo passo verso il riconoscimento
Ogni caso richiede una strategia giuridica specifica.

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Un recente provvedimento del Tribunale di Brescia rende concreta una contraddizione che merita attenzione. Il 28 agosto 2026, la Settima Sezione Civile, competente in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea, ha disposto il rinvio all’8 luglio 2027 delle udienze relative a 51 procedimenti, molti dei quali iscritti già nel 2024. Nella motivazione, il giudice richiama espressamente il Decreto Legge n. 100 del 2026, relativo anche all’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo, oltre alla composizione del proprio ruolo e alle esigenze organizzative prioritarie dell’Ufficio.
Il provvedimento non afferma che le controversie in materia di cittadinanza siano meno importanti rispetto a quelle relative alla protezione internazionale e non consente neppure di concludere che tutti i 51 procedimenti indicati siano ricorsi iure sanguinis. Questo deve essere precisato. Tuttavia, quando una simile riorganizzazione incide anche sui procedimenti di cittadinanza, l’effetto è evidente. Chi attendeva già una decisione è costretto ad attendere ancora più a lungo perché la stessa struttura giudiziaria deve assorbire nuove esigenze derivanti dalla disciplina europea in materia di migrazione e asilo.
La nuova urgenza ricade anche su chi attendeva già
L’Italia deve rispettare gli obblighi derivanti dal diritto dell’Unione europea. I procedimenti che riguardano protezione internazionale, trattenimento e libertà personale presentano evidenti ragioni giuridiche che giustificano una trattazione rapida. Il problema non è garantire celerità a queste materie, ma consentire che una nuova urgenza venga assorbita da strutture già sovraccariche senza una capacità sufficiente a evitare ulteriori ritardi nei procedimenti precedenti.
È proprio questo a rendere significativo il caso di Brescia. Il Tribunale richiama la nuova normativa in materia migratoria e le esigenze organizzative prioritarie dell’Ufficio e, come conseguenza, rinvia decine di udienze a luglio 2027. Quando tra i procedimenti interessati vi sono cause di cittadinanza, soprattutto quelle proposte prima della riforma del 2025 e ancora sottoposte alla disciplina precedente, la conseguenza diventa particolarmente difficile da accettare.
Questi ricorrenti si sono già rivolti allo Stato italiano. Non attendono una nuova politica sulla cittadinanza, ma che il giudice esamini i documenti, verifichi la trasmissione della cittadinanza e, quando ricorrono i presupposti di legge, li dichiari formalmente italiani secondo la normativa applicabile ai loro casi.
L’Italia fa attendere proprio una popolazione di cui potrebbe avere bisogno
Questa situazione sarebbe problematica in qualsiasi momento storico. Diventa ancora più contraddittoria alla luce dei dati demografici diffusi dallo stesso Stato italiano.
Le proiezioni dell’ISTAT indicano che la popolazione potrebbe scendere dagli attuali 58,9 milioni di abitanti a circa 55 milioni nel 2050 e a soli 45,8 milioni nel 2080. L’Italia potrebbe quindi perdere oltre 13 milioni di residenti, secondo una tendenza che lo stesso Istituto considera praticamente certa.
Nemmeno il saldo migratorio positivo previsto dovrebbe essere sufficiente a compensare interamente le perdite derivanti dalla differenza tra nascite e morti. L’Italia ha quindi bisogno di popolazione, lavoratori, famiglie, professionisti, contribuenti e imprenditori.
Questo argomento viene spesso utilizzato per spiegare la necessità di nuovi flussi migratori. È una discussione legittima. Proprio per questo, però, è difficile comprendere perché lo Stato non dimostri la stessa urgenza nei confronti di coloro che possiedono già un legame storico e familiare con l’Italia e che possono ancora essere formalmente dichiarati cittadini.
Una possibilità di ritorno che esiste già
I discendenti degli italiani che oggi attendono una decisione giudiziaria vivono lontano perché i loro antenati dovettero lasciare il Paese. Guerre, povertà, mancanza di lavoro e assenza di prospettive hanno disperso milioni di famiglie italiane nel mondo. L’oceano e le generazioni hanno creato distanza, ma non hanno necessariamente cancellato il legame con l’Italia.
Molti di questi discendenti hanno conservato cognomi, tradizioni familiari, riferimenti regionali, abitudini e una certa identificazione culturale con il Paese. Questo non significa che tutti desiderino vivere in Italia o che tutti mantengano lo stesso rapporto con la cultura italiana. Significa però che esiste una popolazione la cui integrazione, in molti casi, partirebbe da una realtà diversa rispetto a quella di chi arriva senza alcun precedente legame storico o familiare con il territorio italiano.
Una parte di queste persone, una volta formalmente dichiarata italiana, potrebbe scegliere di vivere in Italia. Potrebbe lavorare, aprire imprese, investire, recuperare immobili, crescere i propri figli e contribuire proprio a quei Comuni e territori che oggi perdono abitanti. Potrebbe partecipare alla risposta a quella stessa crisi demografica che il Paese cerca di compensare anche attraverso nuovi flussi migratori.
Non si tratta di sostenere che i discendenti possano sostituire l’immigrazione. Sarebbe una semplificazione. Si tratta di riconoscere che l’Italia possiede anche questa possibilità e sembra non considerarla con la necessaria serietà.
Un’opportunità già ridotta nel 2025
La riforma del 2025 ha già ridotto in maniera significativa la possibilità di riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis per nuove situazioni. In questo modo, l’Italia ha indebolito uno dei principali ponti giuridici esistenti con la propria diaspora.
Esistono però ancora procedimenti introdotti sotto la disciplina precedente. Quando rientrano nel regime transitorio e quando sono presenti i requisiti previsti dalla legge, questi ricorsi possono ancora condurre alla dichiarazione formale della cittadinanza italiana.
Queste persone non dovrebbero essere viste soltanto come parte dell’arretrato giudiziario. In un Paese che perde popolazione, rappresentano anche una possibilità concreta di ritorno.
Lo Stato potrebbe decidere questi procedimenti con maggiore efficienza e successivamente creare politiche rivolte a coloro che intendono trasformare la cittadinanza in una presenza effettiva sul territorio. Potrebbe incentivare l’insediamento nei Comuni colpiti dallo spopolamento, agevolare attività professionali e imprenditoriali e avvicinare queste famiglie alle regioni dalle quali partirono i loro antenati.
Brescia rende visibile una scelta di priorità
Il provvedimento di Brescia non deve essere utilizzato per accusare il giudice né per attribuire responsabilità ai richiedenti asilo. La questione è istituzionale.
Nel documento compare la nuova normativa relativa alla politica europea in materia di migrazione e asilo. Compaiono le esigenze organizzative prioritarie del Tribunale. Compaiono procedimenti che erano già pendenti. E compare una nuova data per le udienze, l’8 luglio 2027.
L’Italia deve adempiere ai propri obblighi europei. Ma dovrebbe farlo senza rendere secondaria la posizione di persone che attendono da anni una decisione sulla propria cittadinanza.
Se esiste un’urgenza nel gestire nuovi flussi migratori, dovrebbe esistere anche un’urgenza nel non perdere coloro che possono ancora essere dichiarati italiani e che, eventualmente, potrebbero tornare, risiedere, lavorare e costruire il proprio futuro nel Paese.
La contraddizione è difficile da ignorare. L’Italia riceve previsioni che descrivono un futuro con milioni di abitanti in meno, cerca nuove persone per sostenere la propria economia e i propri territori e, contemporaneamente, ritarda la definizione di procedimenti promossi da discendenti che si sono già rivolti ai suoi tribunali per essere formalmente dichiarati italiani.
Alcuni non verranno mai a vivere qui. Altri potrebbero farlo.
Un Paese che si sta svuotando dovrebbe, quanto meno, avere interesse a capire quanti di loro desiderano ancora tornare.
Che giustizia sia fatta.
Altri Approfondimenti
Il primo passo verso il riconoscimento
Ogni caso richiede una strategia giuridica specifica.

Il primo passo verso il riconoscimento
Ogni caso richiede una strategia giuridica specifica.

Il primo passo verso il riconoscimento
Ogni caso richiede una strategia giuridica specifica.

Mentre l’Italia si svuota, i tribunali fanno attendere chi può ancora essere dichiarato italiano

Un recente provvedimento del Tribunale di Brescia rende concreta una contraddizione che merita attenzione. Il 28 agosto 2026, la Settima Sezione Civile, competente in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea, ha disposto il rinvio all’8 luglio 2027 delle udienze relative a 51 procedimenti, molti dei quali iscritti già nel 2024. Nella motivazione, il giudice richiama espressamente il Decreto Legge n. 100 del 2026, relativo anche all’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo, oltre alla composizione del proprio ruolo e alle esigenze organizzative prioritarie dell’Ufficio.
Il provvedimento non afferma che le controversie in materia di cittadinanza siano meno importanti rispetto a quelle relative alla protezione internazionale e non consente neppure di concludere che tutti i 51 procedimenti indicati siano ricorsi iure sanguinis. Questo deve essere precisato. Tuttavia, quando una simile riorganizzazione incide anche sui procedimenti di cittadinanza, l’effetto è evidente. Chi attendeva già una decisione è costretto ad attendere ancora più a lungo perché la stessa struttura giudiziaria deve assorbire nuove esigenze derivanti dalla disciplina europea in materia di migrazione e asilo.
La nuova urgenza ricade anche su chi attendeva già
L’Italia deve rispettare gli obblighi derivanti dal diritto dell’Unione europea. I procedimenti che riguardano protezione internazionale, trattenimento e libertà personale presentano evidenti ragioni giuridiche che giustificano una trattazione rapida. Il problema non è garantire celerità a queste materie, ma consentire che una nuova urgenza venga assorbita da strutture già sovraccariche senza una capacità sufficiente a evitare ulteriori ritardi nei procedimenti precedenti.
È proprio questo a rendere significativo il caso di Brescia. Il Tribunale richiama la nuova normativa in materia migratoria e le esigenze organizzative prioritarie dell’Ufficio e, come conseguenza, rinvia decine di udienze a luglio 2027. Quando tra i procedimenti interessati vi sono cause di cittadinanza, soprattutto quelle proposte prima della riforma del 2025 e ancora sottoposte alla disciplina precedente, la conseguenza diventa particolarmente difficile da accettare.
Questi ricorrenti si sono già rivolti allo Stato italiano. Non attendono una nuova politica sulla cittadinanza, ma che il giudice esamini i documenti, verifichi la trasmissione della cittadinanza e, quando ricorrono i presupposti di legge, li dichiari formalmente italiani secondo la normativa applicabile ai loro casi.
L’Italia fa attendere proprio una popolazione di cui potrebbe avere bisogno
Questa situazione sarebbe problematica in qualsiasi momento storico. Diventa ancora più contraddittoria alla luce dei dati demografici diffusi dallo stesso Stato italiano.
Le proiezioni dell’ISTAT indicano che la popolazione potrebbe scendere dagli attuali 58,9 milioni di abitanti a circa 55 milioni nel 2050 e a soli 45,8 milioni nel 2080. L’Italia potrebbe quindi perdere oltre 13 milioni di residenti, secondo una tendenza che lo stesso Istituto considera praticamente certa.
Nemmeno il saldo migratorio positivo previsto dovrebbe essere sufficiente a compensare interamente le perdite derivanti dalla differenza tra nascite e morti. L’Italia ha quindi bisogno di popolazione, lavoratori, famiglie, professionisti, contribuenti e imprenditori.
Questo argomento viene spesso utilizzato per spiegare la necessità di nuovi flussi migratori. È una discussione legittima. Proprio per questo, però, è difficile comprendere perché lo Stato non dimostri la stessa urgenza nei confronti di coloro che possiedono già un legame storico e familiare con l’Italia e che possono ancora essere formalmente dichiarati cittadini.
Una possibilità di ritorno che esiste già
I discendenti degli italiani che oggi attendono una decisione giudiziaria vivono lontano perché i loro antenati dovettero lasciare il Paese. Guerre, povertà, mancanza di lavoro e assenza di prospettive hanno disperso milioni di famiglie italiane nel mondo. L’oceano e le generazioni hanno creato distanza, ma non hanno necessariamente cancellato il legame con l’Italia.
Molti di questi discendenti hanno conservato cognomi, tradizioni familiari, riferimenti regionali, abitudini e una certa identificazione culturale con il Paese. Questo non significa che tutti desiderino vivere in Italia o che tutti mantengano lo stesso rapporto con la cultura italiana. Significa però che esiste una popolazione la cui integrazione, in molti casi, partirebbe da una realtà diversa rispetto a quella di chi arriva senza alcun precedente legame storico o familiare con il territorio italiano.
Una parte di queste persone, una volta formalmente dichiarata italiana, potrebbe scegliere di vivere in Italia. Potrebbe lavorare, aprire imprese, investire, recuperare immobili, crescere i propri figli e contribuire proprio a quei Comuni e territori che oggi perdono abitanti. Potrebbe partecipare alla risposta a quella stessa crisi demografica che il Paese cerca di compensare anche attraverso nuovi flussi migratori.
Non si tratta di sostenere che i discendenti possano sostituire l’immigrazione. Sarebbe una semplificazione. Si tratta di riconoscere che l’Italia possiede anche questa possibilità e sembra non considerarla con la necessaria serietà.
Un’opportunità già ridotta nel 2025
La riforma del 2025 ha già ridotto in maniera significativa la possibilità di riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis per nuove situazioni. In questo modo, l’Italia ha indebolito uno dei principali ponti giuridici esistenti con la propria diaspora.
Esistono però ancora procedimenti introdotti sotto la disciplina precedente. Quando rientrano nel regime transitorio e quando sono presenti i requisiti previsti dalla legge, questi ricorsi possono ancora condurre alla dichiarazione formale della cittadinanza italiana.
Queste persone non dovrebbero essere viste soltanto come parte dell’arretrato giudiziario. In un Paese che perde popolazione, rappresentano anche una possibilità concreta di ritorno.
Lo Stato potrebbe decidere questi procedimenti con maggiore efficienza e successivamente creare politiche rivolte a coloro che intendono trasformare la cittadinanza in una presenza effettiva sul territorio. Potrebbe incentivare l’insediamento nei Comuni colpiti dallo spopolamento, agevolare attività professionali e imprenditoriali e avvicinare queste famiglie alle regioni dalle quali partirono i loro antenati.
Brescia rende visibile una scelta di priorità
Il provvedimento di Brescia non deve essere utilizzato per accusare il giudice né per attribuire responsabilità ai richiedenti asilo. La questione è istituzionale.
Nel documento compare la nuova normativa relativa alla politica europea in materia di migrazione e asilo. Compaiono le esigenze organizzative prioritarie del Tribunale. Compaiono procedimenti che erano già pendenti. E compare una nuova data per le udienze, l’8 luglio 2027.
L’Italia deve adempiere ai propri obblighi europei. Ma dovrebbe farlo senza rendere secondaria la posizione di persone che attendono da anni una decisione sulla propria cittadinanza.
Se esiste un’urgenza nel gestire nuovi flussi migratori, dovrebbe esistere anche un’urgenza nel non perdere coloro che possono ancora essere dichiarati italiani e che, eventualmente, potrebbero tornare, risiedere, lavorare e costruire il proprio futuro nel Paese.
La contraddizione è difficile da ignorare. L’Italia riceve previsioni che descrivono un futuro con milioni di abitanti in meno, cerca nuove persone per sostenere la propria economia e i propri territori e, contemporaneamente, ritarda la definizione di procedimenti promossi da discendenti che si sono già rivolti ai suoi tribunali per essere formalmente dichiarati italiani.
Alcuni non verranno mai a vivere qui. Altri potrebbero farlo.
Un Paese che si sta svuotando dovrebbe, quanto meno, avere interesse a capire quanti di loro desiderano ancora tornare.
Che giustizia sia fatta.
Altri Approfondimenti
Il primo passo verso il riconoscimento
Ogni caso richiede una strategia giuridica specifica.

Il primo passo verso il riconoscimento
Ogni caso richiede una strategia giuridica specifica.

Il primo passo verso il riconoscimento
Ogni caso richiede una strategia giuridica specifica.


